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Parliamo di Schwa

“Ma Chiara tu non usi mai lo schwa, allora il tuo non è un linguaggio inclusivo!”

Questa frase non è mai stata realmente pronunciata, ma la utilizzeremo come espediente narrativo per iniziare questo articolo in cui parliamo di schwa, lo spieghiamo e diciamo anche perché in contesti pubblici e online non lo utilizzo.

Lo schwa ”Ə”, o scevà in italiano, è un simbolo fonetico. 

Questo significa che nasce per rappresentare graficamente un suono, ma non è una vera e propria lettera dell’alfabeto (quindi le canzoncine che abbiamo imparato alle elementari sono al sicuro, non preoccupatevi). Iniziamo subito sfatando un falso mito: non è un’invenzione nuova. Non è il risultato di una persona che si è alzata la mattina e ha deciso di girare una e, ma si tratta piuttosto di una sorta di riciclo creativo di uno strumento già in uso a cui è stata data una seconda vita.

Diciamoci la verità, quanti di noi usano o sanno cosa sia l’alfabeto fonetico? È stato un po’ come l’avocado, fino al 2010 non sapevamo nemmeno cosa fosse, ma poi la mia generazione (Millennial) ha deciso che non potevamo farne a meno e quindi ha sostituito la marmellata sul pane tostato al mattino. Ha senso prendersela con l’avocado? Chiaramente no! Con la generazione che lo ha portato sulle nostre tavole? Nemmeno. Ma come tutte quelle cose che arrivano come un’ondata imprevista queste generano resistenze.

Un saggio diceva: 

«1. Qualunque cosa esista nel mondo quando nasciamo, ci pare normale e usuale e riteniamo che appartenga per natura al funzionamento dell’Universo.
2. Qualunque cosa sia stata inventata nel ventennio intercorso tra i nostri quindici e i nostri trentacinque anni è nuova ed entusiasmante e rivoluzionaria e forse rappresenta un campo in cui possiamo far carriera.
3. Qualunque cosa sia stata inventata dopo che abbiamo compiuto trentacinque anni va contro l’ordine naturale delle cose»

Questo saggio era Douglas Adams nel suo “Il salmone del dubbio”.

Questo esempio calza a pennello con la ricezione generica di questo simbolo. Le nuove generazioni non hanno problemi a usarlo mentre quelle che sono cresciute a “si è sempre detto così” faticano un po’ di più.

Dopo questa digressione torniamo al nostro tema principale: lo schwa “Ə” (o ɜ al plurale).

Come si pronuncia lo schwa?

  • come la “e” dell’articolo the in inglese
  • come la “e” in “mammeta”, non in inglese
  • come la “a” di “about”, di nuovo in inglese

In buona sostanza è il suono che facciamo quando manteniamo i muscoli della bocca neutri e semplicemente facciamo uscire un suono. Non ci si può davvero sforzare meno di così per pronunciarlo.

Immagine relativa al trapezio vocalico con indicazione della pronuncia delle vocali
Fonte: Treccani (lo vedete lo schwa lì in mezzo?)

Perché si usa lo schwa?

Lo schwa viene utilizzato in sostituzione della lettera che determina il genere della parola e in questo modo fa sì che quella accolga automaticamente: donne, uomini e persone non binarie. Si tratta della soluzione ipotizzata per parlare sia a persone singole di cui non conosciamo il genere, sia a gruppi misti di persone che a persone non binarie. Attenzione: l’idea alla base non è quella di eliminare il genere ma offrire una forma che li includa tutti e 3.

Il suo utilizzo si deve principalmente alle istanze della comunità LGBTQIA+ che, chiedendo una maggiore e più corretta rappresentanza linguistica, ha visto in questo strumento una possibile soluzione.

Facciamo qualche esempio di utilizzo:

  • Maestro-Maestra diventerà MaestrƏ
  • Maestre-Maestri diventerà Maestrɜ
  • Lui-Lei diventerà LƏi
  • Il-La diventerà LƏ
  • Le-Gli diventerà Lɜ
  • Un-Una diventerà UnƏ
  • Del-Della diventerà Dellǝ
  • Delle-Dei diventerà Dellɜ

Tutto facile fin qui. Alcuni problemi iniziano a sorgere quando parliamo di sostantivi irregolari che quindi non hanno una sola lettera a identificare il genere, ma cambiano proprio desinenza, ad esempio eroe-eroina che diventerà eroǝ. Quando inseriamo questo tipo di complessità iniziamo a perdere qualche persona che, pur non contraria all’uso di questo strumento, lo vede troppo complicato. 

Ma se non voglio usare lo schwa? Prova l’asterisco

Un’alternativa allo scevà è l’asterisco. La funzionalità è la medesima con la differenza che, mentre lo schwa è pronunciabile, l’asterisco non lo è, quindi per riprendere alcuni esempi di prima:

  • Maestro/i-Maestra/e diventerà Maestr*
  • Lui-Lei diventerà L*i
  • Il-La diventerà L*
  • Un-Una diventerà Un*

Anche qui l’intenzione non è solo quella di eliminare la differenziazione della parola tra maschile e femminile, ma fornire un’alternativa per persone non binarie. Come si può notare, a differenza dello schwa, l’asterisco può portare ulteriori problemi di leggibilità e di costruzione delle parole. 

Altri simboli:

Abbiamo sinceramente provato un po’ di tutto oltre a ǝ e *. Ecco che quindi emergono:

  • u, che rende tutto un po’ sardo 
  • @, che comunque contiene una a e da molte persone viene letta in questo modo
  • x, che non si accompagna un granché alla nostra lingua e rende illeggibili le parole
  • +… a questo punto abbiamo rovesciato lo zainetto dei simboli 

Utilizzi e criticità dello schwa

Riprendiamo l’espediente iniziale: perché non lo uso (né lo schwa né altri simboli).

Lo schwa ha moltissimi meriti, primo fra tutti quello di aver acceso una luce su un limite della nostra lingua e sulla necessità di trovare una soluzione. Parlandone in contesti informali mi riferisco allo schwa come ad una pezza. Una soluzione temporanea in attesa di una riparazione più solida e sostenibile.

Penso questo per diversi motivi:

  • c’è un po’ di confusione generalizzata sul suo uso anche da parte delle persone che insegnano ad utilizzarlo. Questa confusione o incertezza è perfettamente normale e spiegabile perché si tratta di una modifica trasversale che non è sempre facile mettere a regime. La grammatica italiana, pur non particolarmente complicata rispetto ad altre lingue, ha una sua precisione e struttura in cui è difficile “mettere le mani”.
  • una comunicazione davvero inclusiva deve essere facilmente comprensibile. Molto spesso finiamo a identificare il linguaggio inclusivo come “quello per evitare che le donne si sentano tagliate fuori”. In realtà quando parliamo di inclusività parliamo sì di generi, ma non solo. Lo abbiamo detto spesso, un linguaggio inclusivo è un linguaggio che abbraccia tutte le persone e che permette un’espressione e comprensione totale. Quindi utilizzare questo strumento può creare delle difficoltà comunicative. Non è una scusa nel momento in cui la necessità è quella di impegnarci un po’ di più come società.
  • costruisce barriere architettoniche digitali se usato nel linguaggio scritto. Lo schwa per il momento non è riconosciuto da screen reader e display braille, due strumenti utilizzati da persone cieche o ipovedenti per navigare online. Questo limite rende i contenuti che lo utilizzano non completamente fruibili. Inoltre questo simbolo può rendere più difficoltosa la lettura da parte di persone dislessiche. Ho dedicato all’accessibilità web un intero articolo che lascio qui (e vi consiglio di saltare a leggerlo una volta finito questo!)

Se è vero che questi sono i motivi per cui non utilizzo lo schwa nella mia comunicazione online e pubblica, questo non significa che io non lo utilizzi mai in generale. Perché c’è un tema molto importante di cui parlare.

Il contesto fa la lingua

La chat con le mie amiche ha un linguaggio e un registro molto diverso da quello che uso per mandare una mail di lavoro. Sono sempre io, sono sempre le mie idee, ma cambia il contesto. Facciamo un semplice esempio relativo ad una richiesta di informazioni:

  • Contesto lavorativo: 
    “Buongiorno, avrei bisogno di maggiori informazioni”
  • Contesto social:
    “Puoi darmi qualche informazione extra?”
  • Contesto familiare:
    “O mi dici di più o non ci capisco nulla”
  • Chat con le amiche:
    “HA FATTO COSA? Dimmi di più”

Cosa significa tutto questo? Che se so che chi mi legge comprende, accoglie e decodifica chiaramente lo schwa, allora lo userò, soprattutto in una comunicazione diretta. Se invece non ne sono sicura, sceglierò altre strategie per esprimermi. Non è poi così diverso dall’usare una lingua straniera: difficilmente la parleremo senza la certezza che chi ci ascolta la conosca. No?

La lingua è mutevole, flessibile, viva. Non possiamo prescindere dal contesto in cui ci esprimiamo. Questo non significa parlare come ci pare in ogni occasione, ma saper leggere la situazione e calibrare il peso delle parole. Se siamo su un palco davanti a una platea numerosa, quello che diciamo deve essere comprensibile per tutti e avrà un impatto diretto su chi ascolta. Le nostre parole pesano di più perché sappiamo che saranno accolte, elaborate e magari condivise. Allo stesso modo, in un contesto familiare, dire “passami il coso là, quello per cosare la pasta” non ci farà vincere il Nobel per la Letteratura, ma è assolutamente normale e comprensibile.

Il consiglio generale? Allenarsi sempre a usare un linguaggio più inclusivo, perché porre attenzione a questi dettagli è l’unico modo per fare davvero la differenza a livello di comunità.

PS: Non potevo concludere questo articolo senza linkare il bellissimo video di SIO a sostegno dell’uso dello schwa: https://www.youtube.com/watch?v=Rzmb0II3oAA


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