Copertina con titolo "il maschile sovraesteso"

Maschile sovraesteso: è davvero una scelta inclusiva?

Sono l’ultima di quattro figli. Siamo in 4 fratelli.

Queste due frasi, oltre ad essere vere, sono corrette dal punto di vista linguistico. Se le sentiste dire da me capireste subito che ho 3 fratelli, ma se a dire la seconda fosse uno di loro, come fareste a sapere che esisto anche io? Una sorella e figlia in mezzo a fratelli e figli?

Ecco il punto di partenza per questo articolo in cui parleremo di maschile sovraesteso, o non marcato, di cosa fanno le parole al nostro cervello e perché ci sono ottime ragioni per utilizzare un linguaggio più inclusivo.

Cos’è il maschile sovraesteso o non marcato?

L’italiano è una lingua con due generi grammaticali, maschile e femminile, e prevede che a ogni sostantivo sia assegnato, appunto, uno di questi. Mentre al singolare generalmente non si pongono particolari problemi, al plurale si è deciso di utilizzare il maschile (non marcato) in caso di gruppi misti di persone o cose. Quindi un bambino e sette bambine verranno definiti collettivamente otto bambini e per dare il buongiorno a tutte le persone in una sala si dirà facilmente “buongiorno a tutti”.

Stiamo parlando di approccio linguistico e grammaticale all’italiano. Quindi dire “Buongiorno a tutti” e chiamare quel gruppo “bambini” non vi farà meritare uno segno rosso sul tema. In questa sede non entreremo nelle ragioni che hanno portato alla scelta del genere maschile come “non marcato”, ma ci limiteremo ad analizzare qual è il risultato di questo e del perché in realtà non è una scelta inclusiva. 

Quindi entriamo nel merito facendo un passo indietro:

Cosa fa il linguaggio al nostro cervello?

Negli ultimi anni sono stati condotti diversi studi che collegano la lingua parlata, le parole usate, con il pensiero e la percezione della realtà. Questi ci riportano in modo inequivocabile dei risultati che confermano questa connessione. In buona sostanza: la lingua che parliamo plasma il modo che abbiamo di vedere, conoscere e giudicare la realtà. Fa questo perché, sostanzialmente, ci allena a porre attenzione su alcune caratteristiche che ci sono utili a comunicare. Uno degli esempi più semplici si può trovare nella presenza in alcune lingue di molti nomi per descrivere i colori. Questa varietà allena il cervello a percepire con maggior precisione il cambiamento da uno all’altro, in questo modo una persona che parla una lingua in cui i colori sono codificati in modo molto preciso, sarà più sensibile al loro cambiamento, non per una innata predisposizione, ma per un allenamento costante dato dalla lingua che parla. 

Altri esempi di questa connessione sono:

Nelle lingue con generi grammaticali (come l’italiano), il modo di descrivere un oggetto cambia in relazione al suo genere. In tedesco ad esempio la parola Ponte è di genere femminile (Die Brücke) e gli aggettivi per descriverlo saranno più facilmente relativi alla sua eleganza, bellezza (aggettivi stereotipicamente femminili) mentre in italiano, dove il ponte è di genere maschile saremo più inclini a descriverlo come imponente, solido (aggettivi stereotipicamente maschili).

Nelle lingue che non hanno delle parole per i numeri (sì, esistono!) risulta impossibile tenere il conto preciso di una quantità, dovendosi limitare ad un “pochi” e “tanti”. Si elimina così completamente la matematica, che sembra una buona cosa per molti, ma che in realtà significa anche togliere dal piatto la precisione e tutte le situazioni che la richiedono. Questo ha ovvie ricadute parlando di transazioni, di gestione del tempo e quantificazione in generale.

Nelle lingue che richiedono l’indicazione specifica di chi compie un’azione anche la giustizia e il senso di colpa sono influenzati. In italiano potremmo dire tranquillamente, in caso di un incidente, che “il vaso si è rotto” senza esprimere il colpevole del gesto. Mentre in una lingua come l’inglese, che richiede la specifica del soggetto, si direbbe più facilmente “He/she broke the vase” (lui/lei ha rotto il vaso). È chiaro come la necessità di avere un soggetto specifico che compie l’azione fa in modo che questo sia sottolineato, portando le persone anglofone a ricordare più facilmente chi ha rotto il vaso e non il fatto che si sia trattato di un incidente. Non pensate che questo possa avere una ricaduta sul come viene vista e ricordata questa scena?

Trovate le fonti alla fine di questo articolo.

Cosa succede quando usiamo il maschile sovraesteso?

Riprendiamo il mio esempio di partenza. Mio padre potrebbe dire, parlando della sua famiglia, che ha 4 figli. Nella testa delle persone che non ci conoscono, probabilmente, si dipingerebbe un’immagine di un padre con 4 figli maschi. Però ci sono anche io, nascosta in quel maschile che, pur corretto, non mi definisce. Dovrebbe dire “ho 3 figli e una figlia” per tirarmi fuori dall’anonimato. 

Il maschile sovraesteso questo fa, generalizza al maschile un gruppo di persone, e parliamo sia delle donne sia delle persone non binarie. 

È corretto fare una specifica: non possiamo prescindere dall’intenzione di chi parla e dalla situazione. L’esempio fatto è molto facilmente comprensibile, ma è ovvio che in questo caso l’intento di chi parla (mio padre) non è cancellare il mio essere donna, né nasconderlo. Bisogna, nell’analizzare le situazioni, ricordarsi che il contesto e la familiarità hanno un’influenza nel modo in cui comunichiamo (quindi mio padre è salvo).

Provate a fare questo semplice esperimento: chiedete ad una persona di farvi un rapido disegno di “tre dottori” oppure di “quattro bambini”, in quanti inseriranno anche dottoresse e bambine in quel disegno? Non si sta per forza parlando di pregiudizio, ma il nostro cervello quando sente un maschile plurale lo traduce proprio così: come un maschile plurale, sarà poi il contesto, la situazione, eventualmente, a far fare un passetto aggiuntivo e tradurlo con una varietà.

Immagine creata dall'AI con l'esperimento del disegnare "3 dottori" con un risultato sinceramente un po' confuso di figure maschili e femminili.
Le immagini che ChatGPT crea partendo dal mio articolo. Vabbè dai.

Perché preferire un linguaggio più inclusivo 

Inizio ribadendo che il maschile sovraesteso, o non marcato, non è un errore grammaticale o linguistico. Lo ribadisco perché è uno dei commenti che ricevo più spesso quindi preferisco ripetermi.

Partendo da questo assunto facciamo un passo aggiuntivo: davvero il fatto che qualcosa non sia “sbagliato” lo rende automaticamente “giusto”? Davvero l’evitare l’errore linguistico significa che quella sia l’opzione migliore?

Quando scegliamo un linguaggio inclusivo, ad esempio attraverso l’uso di perifrasi, evitiamo di dare per scontato che un “tutti” includa o meno donne e persone non binarie. In questo modo, lasciamo al nostro cervello il compito di interpretare senza vincolarlo a un genere specifico. Dato che la lingua che usiamo modella il nostro modo di percepire e descrivere la realtà, perché non allenarci alla diversità?

Questo è quello che faccio, ogni giorno, su Instagram e su TikTok, dando alternative inclusive, o ampie, a delle espressioni che, seppur spesso non errate, sono cieche di fronte all’effetto che hanno nella mente di chi le ascolta. Mi rendo conto che spesso non è facile trovare un’alternativa e altrettanto spesso è difficile capire di averne bisogno, ma il primo passo è la consapevolezza che il modo in cui comunichiamo ha un effetto sia sul come percepiamo le cose sia sui valori che diamo a esse.

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